Venerdì 25 Aprile 2008
Mio caro Malacoda, potremmo lanciare una campagna politico elettorale (di
questi tempi in Italia si porta molto) al grido di “Il voto è mio e te lo
gestisco io”. Destinatari i leader dei vari (purtroppo sempre meno numerosi)
partiti italiani. Dobbiamo favorire nel linguaggio e quindi nella mentalità
comune un concetto proprietario del voto. Deve essere normale per il segretario
di un partito, e in effetti non gli risulta difficile il dirlo, pronunciare una
frase come: “I miei voti li darò a…”. E deve essere altrettanto normale per chi
ascolta non sussultare sentendo queste parole. Un giornalista deve poter
tranquillamente scrivere: “A chi andranno i voti di…?”, e proseguire senza
problemi: “La segreteria del partito X si riunirà domani per decidere su chi far
confluire i suoi voti…”. Bisogna che tutto questo avvenga senza che nessuno si
scandalizzi, senza che nessuno si alzi in piedi e dica: “Scusate, il voto è mio,
e se permettete deciderò io a chi darlo”.
Non ti sorprenda il fatto che
questa concezione proprietaria del suffragio, paradossalmente, emerga di più
nell’attimo in cui l’atteggiamento del capo del partito tende a mostrarsi
liberale, quando dopo notti di litigi inconcludenti coi maggiorenti del partito,
appellandosi alla libertà di coscienza, il leader si presenta in pubblico e
annuncia solennemente di lasciare ai propri elettori “libertà di voto”. E
bisogna che – questo è il tuo mestiere – di fronte a tanta liberalità gli
elettori si sentano effettivamente psicologicamente liberi. Quello che è un
diritto, quello che è già loro, quello per conquistare il quale i loro nonni
(alcuni, non tutti) sono morti, viene nuovamente loro concesso dal padrone. E si
sentono sollevati. Il capo non si sa decidere, non vuole decidere, oppure ha
deciso ma ritiene inopportuno manifestare la sua decisione e allora, come un
sovrano nelle cui mani sia il potere di grazia, elargisce questa possibilità ai
“suoi” elettori: votate come vi pare, in assoluta libertà di coscienza.
È
meraviglioso come si possa capovolgere il mondo e come il mondo si lasci
capovolgere senza protestare. Immemori del principio “una testa e un voto”, gli
elettori non insorgono. “Ma come? Ti abbiamo nominato nostro capo perché tu ci
guidi, ci consigli, ci dia indicazioni sulle quali di volta in volta decidere se
corrispondono alle ragioni per cui ti abbiamo eletto e tu ti trinceri nel no
comment? E che ti abbiamo eletto a fare? Io ti do il ‘mio’ voto per le ‘tue’
idee e tu ti prendi il voto e non mi dai idee? E chiami questa libertà? La
libertà decide di fronte a una proposta, senza proposta c’è anarchia, gente allo
sbando e potere occulto”. Così direbbe il cittadino che ama la res publica e
l’ordine naturale delle cose per cui i personaggi rispettano i ruoli loro
assegnati: il leader ha il dovere e la responsabilità di dire come la pensa,
anche e soprattutto quando pensa che i suoi potrebbero non seguirlo. Mi dirai:
“Tutto questo perché Pier Ferdinando Casini non ha dato indicazioni per il
ballottaggio per l’elezione del sindaco di Roma? Non ti sembra esagerato?”. No,
io non esagero mai, e tu non sottovalutarti. Ciao.
Tuo affezionatissimo zio
Inserito da Giorgio il 23 Aprile 2008 - 6:29pm
Caro – pardon - malaccetto (gradirai senz’altro di più) Berlicche,
il problema è antico. Affonda le sue propaggini nel sentimento chiamato orgoglio di cui tu e la tua orrida (preferivi sublime?) genìa avete dalla notte dei tempi imbibito quella spugna umana che il tuo (la seconda persona singolare maschile dell’aggettivo possessivo è d’obbligo: con tutto il rispetto, a me non ha fatto niente di male, anzi) Nemico ha plasmato a Sua (passami la doverosa maiuscola) immagine e somiglianza. D’accordo, l’ambizione, che con l’orgoglio sempre si interfaccia, è indubbiamente tra le tue più deleterie (salubri?) invenzioni perché collide con uno dei Suoi principi-cardine, quel “chi si esalta sarà umiliato, chi si umilia sarà esaltato”. Però, inviso Berlicche, credo ti sia andata male anche stavolta, in quanto avresti dovuto arguire come l’autentica esegesi del protratto comportamento Pierferdinandiano, lungi dal costituire una manifesta espressione di compiaciuta alterigia in pedissequa ottemperanza ai tuoi dettami, al contrario integri una mai così riuscita aderenza ai precetti del (tuo) Nemico. Diamine (il dittongo ascendente della prima sillaba ti aveva quasi illuso di essere chiamato per nome, eh?), ripensa bene alle Politiche del 2006, quando quel Presidente fece di tutto affinché lo schieramento di cui faceva parte perdesse le elezioni, come poi avvenuto, confidando nel tracollo (che invece non ci fu) di quello che lui riteneva il suo vero antagonista; e poi rammenta le schermaglie precedenti l’ultima campagna elettorale, quando il Presidente medesimo ha deciso di correre da solo, espungendosi dalla compagine che già si sapeva sarebbe risultata vincente - ma non nelle proporzioni poi emerse -, circostanza che gli ha precluso pure l’ambìto ruolo di ago della bilancia negli emicicli capitolini, oltre che relegarlo all’opposizione in compagnia dei tuoi amici nipotini di Baffone e teodem: non ti sembra, francamente, che questi due episodi identifichino nel protagonista una preclaro esempio di vocazionale tendenza alla più annichilente autoumiliazione? Per fare la quadra mancava solo voler scientemente perdere, dopo due consultazioni politiche in venti mesi, anche il residuo consenso dei propri elettori, propugnando libertà di coscienza per il ballottaggio al Campidoglio. Dimmi tu se per uno statista può esistere mortificazione più grande. Perciò lascia stare: appropinquandosi ai cattolici adulti, sembra che Pierry intenda defilarsi dal tuo Nemico, ma in realtà ti sta fregando. Metti sull’avviso anche il nipotino.
Con luciferina acrimonia - anzi no, devi espiare l’equivoco: con affettuosa devozione
(mai) tuo
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