tempi.interni Sabato 12 Aprile 2008 
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Isabella non è Mr. Hyde

Qualche noticina in margine alla mala educación che a Bologna ha trasformato tante facce allegre in squadristi. E un piccolo esempio di amore e buon umore trovato per caso su un foglio protocollo

di Tempi

La scorsa settimana i giornali hanno dato il giusto risalto alle violenze di mercoledì 2 aprile a Bologna. Dove Giuliano Ferrara e i candidati della lista “Aborto? No, grazie” sono stati insultati, zittiti e assaliti da centinaia di giovani appartenenti ai cosiddetti “collettivi femministi” e “centri sociali”. Si sono viste scene da anni Settanta. Slogan deliranti. Cacce all’uomo. Cariche della polizia. Un giornalista finito al pronto soccorso con un taglio alla testa (quattro punti di sutura). L’auto su cui viaggiavano il direttore del Foglio e l’inviato del Corriere della Sera Aldo Cazzullo presa a pestoni e bottigliate. Ciò che però ha maggiormente sorpreso gli osservatori è stato vedere, come ha notato Miriam Mafai, questi ragazzi e ragazze dalle “facce allegre”, trasformarsi in una folla di anonimi e torvi squadristi. Per dire, uno degli esagitati aveva un bambino sulle spalle. E non è parso proprio che avesse contezza della violenza di portare un bambino in mezzo a una piazza del genere. Tant’è che, come ci ha riferito Michele Smargiassi, il cronista di Repubblica rimasto ferito da una sedia piovutagli sulla testa, a un certo punto un poliziotto è corso verso il giovane e gli ha urlato: «Porta via il bambino, deficiente!».
Unanime è stata la riprovazione e la condanna delle violenze. Tutti hanno solidarizzato con Ferrara. Nessuno, però, si è domandato: da dove vengono questi Dr. Jekyll e Mr. Hyde? Da dove sbucano questi giovani così intolleranti? Quale educazione hanno ricevuto? Quali scuole frequentano? E dov’è che hanno perduto il senno e il senso elementare del rispetto delle idee altrui e delle persone? Non saranno anche questi parte di quelle masse giovanili che ascoltano, leggono (e magari ripetono pure) tutti quei bei discorsi sulla democrazia, la costituzione e le regole? E allora, com’è che poi, in piazza, allo stadio, in chat, per un motivo o per l’altro, questa “allegra” gioventù si trasforma in una folla così violenta e solitaria? Ecco perché, tanto per non divagare dal problema principale che ha questo paese (il problema dell’educazione, della scuola, dell’università, oggetto peraltro del bel documento fiorentino sottoscritto da personalità bipartisan come Sartori, Galli Della Loggia, Israel e Schiavone) proponiamo a mo’ di piccolo esempio la piccola e marginale vicenda di una scolaresca in gita a Venezia. Così come è stata immortalata nel tema di Isabella, 17 anni, in visita alla città lagunare con la sua quarta classe del liceo scientifico Guastalla di Monza. Una di quelle scuole non statali a cui anche i figli del popolo possono accedere (purtroppo solo in Lombardia, perché solo in Lombardia, grazie a Roberto Formigoni, c’è il “buono scuola”).

Morale della favola. Cosa si guadagnerebbe da una stagione di riforme che finalmente ammettesse che l’istruzione pubblica non è, di per sé, quella statale, ma quella che, statale o non statale che sia, svolge con rigore il servizio pubblico di trasmissione alle nuove generazioni di conoscenze, certezze morali e ipotesi di significato sulla realtà? Cosa si guadagnerebbe dalla libera concorrenza, come diceva Einaudi, tra scuole di diversa matrice culturale e ispirazione ideale? Si guadagnerebbe in conoscenza, amore e buon umore. E si smaltirebbe tanta ignoranza, aridità e sangue cattivo. Sono cose che si capiscono anche solo immaginando quale scuola ci può essere dietro un tema su Venezia. E quale mala educación c’è dietro la canea di Bologna.

 

 

Di seguito un piccolo esempio di amore e buon umore trovato per caso su un foglio protocollo. Scritto da Isabella.

 

«Un fantasma sulle sabbie del mare, così debole, così immobile, così spoglio di tutto, tranne la propria grazia, che quando ne osserviamo il languido riflesso sulla laguna, ci chiediamo quasi fosse un miraggio quale sia la città, quale l’ombra» (J. Ruskin, Le pietre di Venezia).

Questa può essere la prima impressione suscitata dal silenzio di Venezia, una città che in passato fu tra le più grandi potenze marittime, cuore pulsante di fortezza e splendore, incontro tra Oriente e Occidente. Ma Venezia non sopravvive nel riverbero dello splendore passato, ma brilla nell’importanza dei valori comunicati ancora oggi dalle sue opere: è testimonianza viva della ricerca di senso e della bellezza propria dell’uomo.
Prima che esistesse Venezia, era Torcello il centro di massima vitalità della regione, che sorse per la sua strategica vicinanza ad una importante via romana. Oggi Torcello è però quasi dimenticata, tanto che persino gli stessi veneziani la considerano di poco conto. Infatti solo chi è desideroso di verità può comprendere quale forza spinse i suoi abitanti a costruire la chiesa di Santa Maria Assunta. Nei torcellesi, ridotti allo stremo a causa delle invasioni barbariche, dominava la speranza, la ricerca di una grandezza che li confortasse nelle angustie presenti.
All’interno della chiesa, estremamente semplice, due enormi mosaici, luminosi e sfarzosi, erano la luce che poteva illuminare le tenebre della devastazione e della disperazione. Rappresentano non a caso i fatti più preziosi per il fedele: per chi entra la Madonna dell’abside, replicata nell’Annunciazione sull’arcone, appare come portatrice di misericordia; per chi esce, l’immagine del giudizio universale della controfacciata, rammenta l’evento che porterà giustizia a chi ha patito per il bene. Tutto è mosso dalla speranza.
Possiamo leggere l’Annunciazione di Tintoretto della Scuola di san Rocco con le medesime coordinate. L’arcangelo Gabriele giunge all’improvviso nella casa di Maria. Tra i rottami e la distruzione del mondo esterno lo segue un flusso di angeli intensissimo, che sembra spingere per entrare in un breve pertugio. La speranza si muove per raggiungere la madonna, una donna che vive in una condizione di totale umiltà: la sedia sullo sfondo è disfatta, le mura della sua casa distrutte: eppure nello stupore del suo sguardo è visibile la soddisfazione di una attesa che sembrava impossibile potesse compiersi. Colpisce ricordare che tutti i dipinti della Scuola furono commissionati a Tintoretto dai membri di una confraternita dedita in totale gratuità alla cura dei bisognosi e soprattutto degli ammalati. I sofferenti potevano così vivere circondati da una bellezza che era la più efficace cura, perché doveva ridestare la voglia di vivere e la speranza.
Che cosa di questo atteggiamento di fronte alla vita e alla verità è sopravvissuto dopo la brutalizzazione in cui l’uomo è incorso con le due guerre mondiali?


Cosa alimenta la nostra vita
Nel quadro di Picasso Sulla spiaggia della Collezione Guggenheim è evidente come nell’arte del Novecento sia urgente il bisogno di conoscere e capire, e di testimoniare ciò che di buono si è salvato dalla distruzione. Le donne raffigurate rimandano approssimativamente all’umano; come nel tentativo di ridare ordine ad una realtà andata in frantumi, esse sono il frutto di una frammentazione semiricomposta e disomogenea di figure geometriche. Eppure nei loro corpi deformi si riscontrano una morbidezza e una dolcezza, una certa innocenza primitiva si manifesta naturalmente negli sguardi, negli atteggiamenti, nel gioco.
La Torre rossa di De Chirico rappresenta invece un paesaggio apparentemente realistico: una torre, delle case, una statua equestre, un edificio in primo piano molto scorciato. Tutto pare normale, ma ciò che domina la scena è lo spaesamento dovuto alla mancanza di un avvenimento. Tutto è immobile, sterile e desolato. Questa mancanza sembra essere sopraffatta dal rimpianto per qualcosa ormai concluso, ma ancor più si comunica un senso di attesa irrequieta, che fa paura. Il disorientamento e la mancanza di riferimenti sono espressi dalla prospettiva irrazionale e dalla moltiplicazione delle sorgenti di luce. Così De Chirico esprime per via negativa un vivo bisogno di ordine, di sicurezza, e una ricerca incessante di risposte.
Ciò che colpisce maggiormente di Venezia è come dimostri nelle sue opere la continua ricerca di senso dell’uomo di ogni epoca. Per questo nessuno dovrebbe visitarla quasi fosse un museo che non ci riguarda più. Le sue opere travolgono e richiamano a fare esperienza di quel bene che alimenta la nostra vita.

Isabella

 

 

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BONONIA DOCET. COSA E A CHI?

Inserito da Giorgio il 11 Aprile 2008 - 11:00pm

BONONIA DOCET. COSA E A CHI? Chissà se mai rinverremo un foglietto da cui traspaia un simile accorato struggimento verso il bene e lo stupore, quasi, di poterlo ancora individuare e raggiungere, descrivendo Bologna. Difficile. Troppo compresa, la mia città, in ardite prove tecniche della via felsinea all'islamizzazine di massa, tali da elevarla a massimo paradigma tra gli espedienti adottati a sinistra per mantenere l’antica potestà elettorale sul territorio. E troppo impegnata a proseguire l’ultracinquantennale interazione fra i tre poteri statuali localmente intesi che rendono oggi Bologna, già ‘laboratorio politico’ delle più ardite sperimentazioni ideologiche, un locus più a rischio persino della città sazia e disperata che l’allora cardinale Biffi stigmatizzò in una delle più note tra le sue lucidissime analisi. Magdi Cristiano Allam, in un recente editoriale, si è meravigliato che all'ombra delle Due Torri, dove ci si appresta ad erigere la moschea più grande d’Europa, paragonare Israele al nazismo non costituisca reato. Tocca stupirsi del suo stupore: se alla stazione ferroviaria di questa città sono stati capaci, sessantanni fa, di rovesciare in terra ciotole di latte caldo davanti agli affamati esuli istriani d’ogni età appena sfuggiti alle foibe e stipati come bestie a bordo del treno cui al grido di ‘sporchi fascisti’ era stato impedito di fermarsi, tutto è possibile. http://www.giorgiocolomba.it/

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