Bononia caput muslim
“Le leggi? Per gli amici si interpretano e per i nemici si applicano”. Così
oltre cent’anni fa Giolitti fotografava il modus iudicandi nell’Italia a cavallo
tra XIX e XX secolo. Giunti al terzo millennio, nulla sembra cambiato, a parte
l’embricarsi dei totem ideologici nel cui nome sono state combattute le guerre
anche planetarie che hanno funestato il secolo scorso: il comunismo, erede della
ferale rivoluzione bolscevica in nome della ‘classe’, ed il nazionalsocialismo,
che perpetrò le sue bestialità in nome della ‘razza’. Ma mentre un sepolcro di
infamia ha presto e per sempre blindato nell’inferno della Storia la svastica ed
i suoi squallidi apologeti, un equivoco di fondo – scientemente indotto e
costantemente alimentato - ha permesso al socialismo reale – e, caso unico in
Europa, al comunismo italico - di perpetuarsi sino ai nostri giorni,
configurando il singolare evento di una propaggine che sopravvive oltre il
decesso del corpo. Poiché tuttavia il radioso sol dell’avvenire volge al
crepuscolo anche nel Bel Paese, ecco impellente l’occorrenza di avvicendarne
l’ormai svalutata etichetta con un nuovo feticcio che mitighi l’inevitabile
emorragia di consensi dal corpo elettorale nostrano, parco di buoi sì, ma non al
punto da abbarbicarsi per sempre al carro che lo ha condotto alla macelleria
civico-sociale oggi in atto. Dopo ‘classe’ e ‘razza’, dunque, l’ultimo casus
belli è in nome del ‘credo’.
Intendiamoci: detta così è tutto fuorché una
novità. I millenni passati trasudano di contrapposizioni religiose. Solo che mai
l’aspetto strumentale è parso così preponderante come ai giorni nostri. Di
questa trasmutazione dall’egemonia gramsciana al monopolio (per ora) solo
olfattivo a base di kebab e cous cous lungo le vie cittadine – quella culinaria,
però, anticipa sempre altre ed assai meno innocue colonizzazioni - Bologna si
erge oggi ad inarrivabile front runner, svettando tra i capoluoghi delle regioni
rosse ed ammannendoci prove tecniche della via petroniana all’islamizzazione di
massa quale paradigma del più evoluto tra gli espedienti adottati oggi a
sinistra per mantenere l’antica potestà elettorale sul
territorio.
L’ultracinquantennale interazione fra i tre poteri statuali
localmente intesi, rende così l’odierno capoluogo felsineo, già ‘laboratorio
politico’ delle più ardite sperimentazioni ideologiche, un locus più a rischio
persino della città sazia e disperata che l’allora cardinale Biffi stigmatizzò
in una delle più note tra le sue lucidissime analisi.
In un recente editoriale, l’amico Magdi si meraviglia di una città – la mia città – dove paragonare Israele al nazismo non costituisce reato, e che si appresta ad erigere la moschea più grande d’Europa, ma io mi stupisco del suo stupore: se qui sono stati capaci, cinquant’anni fa, di rovesciare in terra ciotole di latte caldo davanti agli affamati esuli istriani d’ogni età appena sfuggiti alle foibe e stipati come bestie a bordo del treno cui al grido di ‘sporchi fascisti’ era stato impedito di fermarsi alla stazione, tutto è possibile.


